giovedì 28 giugno 2018

L'importante non è che sia vero, ma che sia plausibile



Nei giorni scorsi, credo come provocazione, qualcuno ha scritto che ci vogliono imporre i numeri arabi. La cosa ha scatenato il diniego di migliaia di tifosi della matematica nostrana, dei paladini della numerologia italica e anche i simpatizzanti della cabala. La cosa che fa ridere alle lacrime o piangere fino all’isteria, è che pochi prima di commentare la notizia hanno pensato, hanno consultato un libro o anche solo wikipedia. Si sarebbero accorti che da secoli usiamo i numeri arabi, ma mica solo noi, in pratica tutto l’occidente anche il più estremista. Non dobbiamo temere per la nostra sicurezza, nessun numero sulle pagine di un diario o di un giornale genererà autocombustione all’urlo “Allah u Akhbar!”. In realtà nei secoli i numeri sono un pochino cambiati, figurati se non facevamo del restyling. Quello però che lascia perplessi è la sindrome da tifoseria. Una cosa non è importante che sia vera, ma che sia plausibile, perché l’importante non è il contenuto ma il giudizio che posso dare, lo schieramento che posso scegliere, la battaglia a cui inneggiare (ovviamente da casa in pantofole, all’apericena o aspettando il Kebap d’asporto da Aziz il Tunisino sorridente). Io appartengo alla generazione degli over 40 e un po’ vorrei giustificare la specie in via d’estinzione (tutte le generazioni sono destinate all’estinzione lo dice la destra, tutte le persona devono aderire volontariamente all’estinzione programmata ma senza soffrire, dice la sinistra. L’importante è che non si estinguano le ruspe, dice la Lega. Vedremo via internet cosa ne pensano gli elettori dicono i pentastellati. Il PD non dice nulla perché una macchinazione. Silvio invece non si estingue, ma raggiunge il Padre). Allora dai facciamo un piccolo decalogo di cosa ci ha portato a questa situazione di degenerazione dove siamo passati dal Rinascimento e Illuminismo al Rincoglionimento e Internettismo. Ovviamente i punti avranno lo stesso numero in Matematichese occidentale moderno, in Arabo e anche in numero romano, per chi si reputa l’imperatore dei fori Anco Sunio Accattone, discendente diretto di Marco Tullio Cicerone.
Ma procediamo con il dovuto ordine:
1 – ١ – I: Partiamo dal Rinascimento, dove se uno avesse voluto scrivere una minchiata, poteva scegliere se impiegare due settimane a squartare una capra, levare il pelo, lisciare la pelle, essiccarla oppure un paio di giorni a inserire incunaboli in una pressa. Ma poi, pochi sapevano leggere e allora il divertimento sarebbe finito subito. Allora era meglio inneggiare alle Monarchie in quel dialetto che tutti comprendevano e fracassarsi di legnate in battaglie per espandere i territori. Meno male c’era gli avventurieri, che secondo me volevano solo andarsene fuori dai cogl…ni, poi casualmente scoprivano che la terra era rotonda, anche se seicento anni dopo, nonostante i satelliti alcuni credono che sia ancora piatta. Marco Polo, Amerigo Vespucci, Colombo, Pizarro, etc. come avranno fatto senza pubblicare una beata fava su Instagram?

2 – ۲ – II: Meno male che poi è arrivato il settecento, dove apparvero i parrucconi, gli avi di Trump poterono combattersi tra nord e sud (forse erano anche gli avi di Bossi). Volevano che i loro diritti fossero se non proprio salvi, almeno salvini; e pensavano con amarezza che purtroppo non avevano ancora inventato le ruspe. In Europa eravamo seriosi come un clown in tribunale e le questioni religiose strofinavano quelle secolari e facevano scintille. Alla fine tutti andavano a fracassarsi di legnate in battaglie per espandere le proprie ragioni.

3 – ۳ – III: L’Ottocento, l’epoca moderna, lo sviluppo dell’industria, della medicina. La gente legge di terre lontane e sogna di vivere avventure inimmaginabili, sorseggiando gin nei circoli di Londra. Pochi stanno bene, la moltitudine vive ancora come l’uomo delle caverne, con l’unico svago nell’ubriacarsi per allontanare il senso di patimento o andare per donne a pagamento, millantate per streghe dalle stesse persone che non avevano ottenuto lo sconto sulla prestazione. Cominciano le battaglie del diritto, si ravvivano le volontà di consolidare il potere e gli imperi o stati. E allora giù tutti andavano a fracassarsi di legnate in battaglie per espandere il proprio egocentrismo. Libri ne avevano di più, ma solo i più abbienti erano in grado di leggerli e le lettere o i messaggini venivano consegnati dal nonno di Twitter: il piccione viaggiatore.

4 – ۴ – IV: Arriviamo al novecento, secolo che mi appartiene. Il progresso si dedica all’arte dell’automotive, del volo a motore, delle bombe a mano che però non sono ancora intelligenti devono andare a scuola anche loro. Fino al 1945 nel mondo ci sono molte guerre, l’Europa è il teatro delle due guerre mondiali dove la gente cominciava a capire che non ci si guadagna tanto ad andare a fracassarsi di legnate in battaglie per espandere l’interesse degli altri. Arrivò la fotografia, però era ancora acerba e per fare un selfie dovevi rimanere immobile sette ore come un’artista di strada sul marciapiede che imita una statua, scomodo. Poi arrivò anche il video, prima muto e poi con il sonoro. Se volevi vedere qualcosa però dovevi farti bello e uscire di casa per recarti nella sala di proiezione. Il concetto di multisala e 3D è arrivato un pochino dopo. Leggere era una bene importante, difficile da reperire tra bombe ed epurazioni. La gente era ancora munita di voce e parole e comunicava con degli strumenti mediatici che liberavano onde sonore modulate nell’aria fino a raggiungere un decriptatore di impulsi, ovvero, le corde vocali.

5 – ۵ – V: 1945/1950 da qui in poi mi fermo al solo perimetro della mia Italia. Molto è stato distrutto e il morale è basso ma c’è voglia di ripartire. E’ il periodo in cui è nato mio padre, in cui si aveva poco e lo si doveva far durare e soprattutto bastare. Dove la casa se la costruivano loro, mica con l’impresa, l’architetto e l’arredatore d’interni. Quando i fossi si saltavano per il lungo e quando “ai miei tempi” ogni cosa era fatta meglio. La generazione dei consulenti da cantiere. C’era ancora qualche dissapore profondo tra chi era stato Balilla e chi della Resistenza e allora, tanto per cambiare: tutti andavano a fracassarsi di legnate in battaglie per espandere le proprie vendette.

6 – ۶ – VI: 1950/1960 E’ l’epoca di mia madre, cominciano a intravedersi alcuni segnali di ripresa. La didattica e la disciplina scolastica sono ancora molto ingessate e alle elementari si studiano cose che oggi non si fanno neanche alle superiori. La pedagogia è ancora poco considerata, mentre prevalgono ancora le pluri-medagliate pedate nel culo. Aumenta l’istruzione delle persone, che però sono ancora diffidenti verso il progresso, timorose del lungo periodo di guerra passato e vivo nei ricordi dei loro genitori. Appare la televisione, quella a valvole che si doveva scaldare dieci minuti prima di accendersi, che poi dovevi sintonizzare a mano e che (orrore!) dovevi alzarti dal divano per cambiare canale. La maggior parte delle persone aderisce ai movimenti del Comunismo nostrano in contrapposizione al Clero dei Preti di campagna che nella tradizione più genuina: andavano a fracassarsi di legnate in battaglie per espandere le proprie convinzioni.

7 – ۷ – VII: 1960/1970 Finalmente la ripresa c’è si vede e regna l’ottimismo e la voglia di spassarsela, godersi la vita. Essere spensierati e meno rigidi del passato. La guerra fredda tra USA e URSS è il primo argomento che ci vede spettatori e commentatori. In casa abbiamo le BR, con i loro comunicati e le maledette bombe. Già, siamo tutti più colti ed emancipati, quindi non basta più fracassarsi di legnate in battaglie per espandere le proprie convinzioni, no, serve altro serve fare del male a caso, senza veder in faccia a chi sto nuocendo la salute e rovinando la vita sua e della sua famiglia. Il progresso è in corso, è un treno inarrestabile, la fame sta per essere debellata in Italia e le menti devono concentrarsi su qualcosa di più leggero per scappare ai fantasmi ed alle paure del recente passato.
8 – ۸ – VIII: 1970/1980 E’ la decade della nascita di un impenitente pessimista e disilluso: io. I vaccino sono obbligatori e i censimenti si fanno senza indignazione. Arrivano le mode dagli States e sei “in” se cominci ad essere anticonformista. Nel benessere ci si annoia e allora avendo meno nemici con cui interporre le proprie passioni…. ci si può fracassare di legnate in battaglie con se stessi per espandere le proprie esperienze ultrasensoriali attraverso l’uso di eroina. Compaiono uomini con l’alone fuxia intorno che sono da evitare come la peste nera. Però c’è ancora ottimismo, c’è ancora il richiamo dei figli dei fiori, del volemose bene nello spirito basta che poi se tromba. Insomma i primi anni da neonato sono un po’ destabilizzanti dal punto di vista culturale. Sono gli anni delle basette selvagge e delle cofane piene di lacca. Dei vestiti dalle fantasie improponibili e dei pantaloni a zampa d’elefante e il borsello in cuoio. Insomma da una parte i giovani con Peace & Love e dall’altra i genitori con “Uh Signur varda giò”. E tutto passò cantando “mettete dei fiori, nei vostri cannoni” bella lì Bob Marley, uh yeah!!

9 – ۹ – IX: 1980/1990 Ah l’adolescenza… terra di nebbie e timori. I ragazzi, me incluso, crescono con poca televisione, ma quella che c’è, è terra di conquista per i disegnatori Giapponesi. Non c’è un cazzo di cartone animato in cui non ci sia un orfano, un malato terminale che dura comunque 37 stagioni o un genitore scappato di casa. I fiori nei cannoni li hanno messi in tanti, infatti….le caprette ti fanno ciao…. Sui campi da calcio arrivano Holly e Benji e i loro compagni dalla porta osservano l’orizzonte in campetto di periferia lungo come la Milano-San Remo e che ospita più pubblico del Maracanà. Si salta sulle traverse e si buttano giù i muri a pallonate. E’ il tempo dell’anticonformismo convenzionale, ovvero facciamo gli alternativi tutti uguali. Altro che Petaloso…. Noi avevamo i paninari, i metallari e i dark, le sfittinzie, la cumpa e altre innumerevoli declinazioni dell’influenza Statunitense. I video giochi erano al bar e se entravi là dentro uscivi affumicato come un salmone norvegese. A casa con gli amici si faceva il “gioco della bottiglia” oppure “obbligo o verità”, giusto per strappare un bacino alla compagna di classe gnocca che aveva il diario tappezzato di foto di Eros (Ramazzotti), e sempre Ramazzotti c’era la Milano da bere, quella della notte…della Fennech, della Bouchet. Non c’erano i reality, né amici di Maria (quelli c’erano ma stavano in stazione e ti chiedevano cento lire), né i tronisti. A pensarci ora mi viene in mente Bombolo quando diceva: “tz tz ma vvaaffancuuulo….va”. Negli stadi ci si fracassa di legnate in battaglie per espandere le proprie bandiere.

10 - ۱۰  – X : 1990/2000 … e oltre. E’ il confine, l’era del virtuale. Dopo le notti magiche, dopo la notte prima degli esami, tutto comincia diventare più serio, di nuovo. Forse sono cresciuto e vedo le cose diversamente io. Mi sento ridicolo, percepisco l’umana scioccaggine delle masse e sento l’impulso di usare la testa. Di capirle le cose e non di rifletterle come uno specchio. Mi sa che sono diventato vecchio, forse non troppo perché non me ne frega nulla dei cantieri stradali. Capisco vedendo ragazzi che si fanno chiamare Millennials, che per loro sono la storia. Un po’ mi vergogno se rileggo le righe di prima e mi viene un dubbio si è evoluta la tecnologia o si è evoluto l’uomo?

Noi stiamo qui a parlare di numeri e di come scriverli, ma pensiamo all’adesso, che ciò che facciamo domani sarà stampato su un libro di storia e qualcuno leggerà cosa abbiamo fatto. Forse è il tempo di pensare alla sostanza, perché la sola forma….non è importante che sia vera, ma solo plausibile…come questa storia del piffero.

Stefano Camòrs Guarda

venerdì 9 febbraio 2018

Korean winter Olympic Games ....


Ci sono, in alcune occasioni, dei sogni talmente strani, eppure così realistici che è difficile capire se si stia vivendo veramente in una fase di veglia o di sonno. Alle volte, per essere onesti, ci si rende conto che le cose non sono poi tanto realistiche, ma ci piacciono e divertono talmente tanto che ci si augura siano davvero così.  Oggi, quindi, giorno dell’inaugurazione dei giochi olimpici invernali di Bim bum bam o Ping pong gum o … qualsiasi altra cosa tanto non sarà mai pronunciabile per me, è una di queste.
Osservo le immagini alla televisione, rapito e contemporaneamente confuso, di bimbi che lanciano felici palle di neve e ci sono i fuochi d’artificio, si fanno capriole e canti….. o forse sono solo bombe a mano nel derby tra le due Coree. Le discipline sono state leggermente variate perché, per rendere meno offensivo il risultato delle performance ai più scarsi, alla fine sono state modificate tutte le regole. Le specialità dello sci alpino sono state capovolte e gli atleti devono risalire la pista facendo la “scaletta” e così la “salita libera” è stata vinta da un Ghanese che d’estate fa 45km al giorno di spiagge per vendere il cocco. Il bob è stato modificato e si gareggia su delle Kia Sportage, operazione di marketing necessaria per pagare le spese dei giochi. Per la Par Condicio le gare di fondo sono state aperte solo alle persone che hanno un’età superiore ai 65 anni, disciplina ribattezzata inevitabilmente “fondo pensione”; ed ecco quindi il nostro Pellegrino diventare un allenatore OSA. Il pattinaggio su ghiaccio proibisce gli abiti succinti e impone un rigido comportamento congruo ai costumi di tutti paesi del mondo, per non rovinare la superficie ghiacciata, nel rispetto del valore dell’acqua, agli atleti sono stati sostituiti i pattini con le pattine, ovviamente confezionate dalle nonne degli atleti nella gara di combinata ad uncinetto. Per rilassare le tensioni internazionali è stata organizzata la ciaspolata enogastronomica dei cinque cerchi, poi scesi a quattro cerchi; essendo il conto della mangiata pagato dallo sponsor Audi. Ed ecco così tra la meraviglia e lo stupore generale, ormai tutti hanno capito che lo spirito dei giochi è appunto giocare: così si organizza la più grande gara mai svolta di pupazzi di neve. Purtroppo la nazionale Americana viene squalificata perché andata fuori tema; il pupazzo di neve con il ciuffo giallo e il pulsantone rosso da schiacciare, a parte l’essere inguardabile, non è nemmeno attinente.
Quello che non si riesce a capire è la distribuzione dei preservativi agli atleti da parte dell’organizzazione. A parte il fatto che di solito si sta in camera con altra gente e andare in camporella a -20C° risulta difficoltoso, se non altro più che per infilarlo il cappuccio e trovare l’arnese. Ma perché l’atleta non può portarseli da casa i preservativi se ha in mente di fare del tiro al piattello notturno? Forse c’è il rischio che si faccia uso di doping attraverso l’assorbimento cutaneo del membro? Beh, in quel caso capisco perché il doping è considerato reato “penale”.
Poi, però, è nella pausa delle gare che si capisce che è tutto un sogno. Alla pubblicità dicono addirittura la verità: Bevi “Cola lola” è buona ma fa male alla salute…, oppure, Gioca on-line e ammalati, tanto a noi interessa che sganci i soldi…., e ancora, Annuncio politico a Forze congiunte: Cari elettori vi chiediamo scusa per avervi spremuto e preso per il culo in tutti questi anni, andremo avanti a farlo non preoccupatevi, però almeno abbiamo l’onestà intellettuale di dirvelo.    
In quel momento il suono della sveglia ti conferma la natura onirica della situazione. Ti desti e riprendi lucidità, consapevole che, per quanto diverso, anche la tua realtà non è meno assurda.


Stefano Camòrs Guarda

venerdì 2 febbraio 2018

Quesiti aguzzi, pensieri rarefatti, orizzonte limpido


Ci sono momenti nella vita di alcune persone – molte più di quelle che uno s’immagina – in cui si ha la sensazione di aver vissuto, fino a quel momento all’interno di una bolla dalla superficie opaca, ma in quel momento quella sfera si sia disintegrata. In quell’istante le cose che ci circondano appaiono diverse, le persone che ci circondano non sembrano più le stesse: emergono alla vista tutte le storture, le forzature, le mancanze e le debolezze. Quando questa sensazione non è mirata ad una singola persona ma all’intera società in cui la nostra esistenza è amalgamata come una goccia nel mare, tutto diventa estremamente complesso e faticosissimo da trascinare. Nessuno si aspetti un piagnisteo fine a se stesso, quello che è curioso osservare è se però è davvero così facile cambiare le cose o cambiare la propria vita. L’essere umano per natura è imperfetto, inoltre, a peggiorare la situazione, c’è che è anche in continua mutazione, sia fisica che mentale. Ecco quindi che le cose che un tempo ci apparivano “su misura” in tempi diversi possono diventare degli “abiti stretti” o “larghi e ingombranti”. Ovviamente è facile intuire come non sia possibile – se non per rarissime privilegiate eccezioni – l’esistenza di una tale apoteosi di libertà che consenta di svegliarsi ogni mattina e di decidere cosa fare delle ore della propria vita. L’istinto di sopravvivenza concede all’essere umano una certa capacità d’adattamento e sopportazione; questa probabilmente era l’unica opzione possibile alla natura per non arrivare all’estinzione. Oggi, questa resistenza, la chiamiamo consuetudine, oppure quotidianità. Alcuni usano termini più stranieri per darsi un tono come “standardizzazione”. Siamo pronti a reggere lo scoppio della bolla, di cui facevamo cenno pocanzi, e a farci investire violentemente da un quesito: Qual è la verità?
Già la verità, una parola che vuol dire tutto e molto spesso niente. Il pensiero “io non sto bene” per me può essere una verità solo se decontestualizzata, poi le evidenze oggettive mi indicano che potrebbe esserci una percentuale di occasioni in cui è vero non sto bene, ma anche altre in cui invece sto bene. Quindi il mio primo pensiero è già formato da una verità parziale. Questo modo di pensare poi si è diffuso anche ad altri ambiti come, ad esempio, la società in cui si vive. Quando si parla del proprio paese, noi Italiani, siamo propensi a dire che è sempre tutto sbagliato, focalizzando quel pensiero alla singola negatività senza contestualizzarla nell’ampio spettro situazionale esistente. Molte cose non vanno, molte altre si. Quello che forse manca, a me in prima persona, è l’istinto di forzare la propria mente verso una capacità analitica globale. Questa abilità nel discernere la negatività dalla positività e quindi poterla seguire, non la insegna nessuno. Chi pensa che sia uno sfogo verso la scuola sbaglia, questa propensione va inculcata in famiglia e mostrata con l’esempio diretto. In questa maniera cadrebbero molti degli stereotipi da cui oggi le persone vengono attratte: ammazzarsi di lavoro per poi non avere il tempo di accorgersi delle piccole meravigliose gratuità della vita, invidiare il lusso di persone che in realtà conducono esistenze meno felici delle nostre, nascondere se stessi per avere atteggiamenti e costumi che vadano bene a tutti. Quelli che si credono alternativi, non hanno capito che oggi esiste una standard di alternatività. Si radicano falsi miti che vengono fintamente ammirati e sommessamente subiti. La forza, l’arroganza, la prepotenza non rendono un uomo un maschio alfa, lo rendono un coglione. Perché è così difficile capire che se importa solo il mio benessere, non sto perseguendo la strada della positività e cioè quella che mi fa provare un piacere più profondo nel condividere una gioia con altre persone. Un giardino senza erbacce, circondato da giardini stracolmi di erbacce, si ottiene solo con l’intensivo uso della chimica. Non è naturale.
Galleggiare sul presente o bagnarsi un po’ per condividere il futuro. Ci sono parole meravigliose che ormai appaio desuete: altruismo, gratuità, rispetto. Pensiamo un istante se tutta la gente compiesse ogni azione quotidiana focalizzando lo scopo di quella azione su queste tre parole: altruismo, gratuità e rispetto. Forse si, allora avremmo un vero ulteriore stadio di evoluzione. Quelle parole meritano un sacrificio di fatica e di sopportazione, ma che se propende alla positività diventa generosità tangibile. Non dobbiamo creare e nasconderci in mondi o vite virtuali che intorpidiscono la mente e ci fanno perdere il senso del tempo.  Alle volte non si riesce a materializzare un concetto perché intangibile, ad esempio il tempo appunto, eppure noi avvalendoci della matematica, dei numeri, potremmo comprendere che una persona che vive fino a 75 anni ha a disposizione solo 900 mesi. Possono essere considerati tanti, oppure pochi e non sprecabili; perciò è più che un dovere porsi la domanda: Qual è la verità?                     


Stefano Camòrs Guarda

lunedì 22 gennaio 2018

La voce degli avi - intervista a Guido Rey (mountain's echoes)


Io credetti, e credo
la lotta con l'Alpe
utile come il lavoro,
nobile come un'arte,
bella come una fede. 

Una delle domande più frequenti che un alpinista si sente chiedere, seconda solo all’affermazione sarcastica del “ma chi te lo fa fare?” è il “perché lo fai?”.

Anche il solo tentativo di spiegazione, a chi non ha mai provato un’esperienza del genere può essere considerato come una sfida improba; ma già in origine ricercare in sé stessi le parole per riassumere sensatamente quella pangea di sentimenti, pensieri, ideali che ci avvolgono, quella spinta motivazionale a volte rasente l’irrazionalità, è tutt’altro che banale. La questione diventa, ammesso che possa, ancora più complessa se questa domanda viene posta ad un alpinista amatoriale. Certo i professionisti hanno motivazioni del tutto differenti, gli alpinisti estremi e quelli di punta ormai sono, per preparazione, assimilabili ad atleti professionisti e quindi con obiettivi e primati da rispettare o quantomeno tentare. Ma un amatore non ha nulla da superare, se non il proprio limite. Dei resoconti delle sue ascensioni nessuno si cura, se non qualche amico con la medesima passione e con cui condividere bicchieri di grappa o genépy, progetti e, appunto, ricordi di vetta.
Per cercare di approcciare questo argomento, e soprattutto cercare di capire chi è l’alpinista amatoriale e cosa muove le sue pulsioni montane, mi appoggio ad un grande esponente dell’alpinismo di inizio ‘900, Guido Rey, cui nelle impareggiabili testimonianze da lui lasciate emerge, in modo cristallino, come il connubio ascensione alpinistica/animo umano sia quanto mai indissolubile.
Vorrei tentare un gioco e partendo da ciò che è già un lascito storico, costruire alcune domande e dare vita ad un’intervista postuma; nella speranza che dalle vette celesti, il nostro ispiratore non abbia a contrariarsi.
Le risposte di Guido Rey sono frasi realmente esistenti e tratte da due suoi celebri libri: Il monte Cervino e Alpinismo Acrobatico, entrambi scritti nei primi anni del novecento.
Certamente quanto sotto riportato non ha l’azzardo di essere una ricostruzione storica attendibile, anche perché le brevi frasi così estrapolate vengono decontestualizzate rispetto all’ampiezza degli argomenti trattati nella completezza dei libri . Il mio unico scopo è quello di rendere omaggio ad una grande modello d’ispirazione, che tanto dona con le parole lasciate in eredità alla storia del territorio e al tesoro più grande che le generazioni future dovrebbero far fruttare: il rispetto.  

---O---

Signor Rey, ai suoi tempi l’alpinista professionista non esisteva, chi tentava le vetta aveva più o meno la preparazione che hanno al giorno d’oggi taluni amatori. Ma chi è questo genere di alpinista? Un super uomo che ha un fisico d’acciaio e una ferrea e inscalfibile volontà?    

G.REY: “L’alpinista non è di ferro; un momento di debolezza fisica può capitare ad ognuno, anche alle guide. Se l’alpinista non fosse un uomo fragile, non avrebbe il sentimento della durezza della montagna, non godrebbe del contrasto che sgorga dalla coscienza della disproporzione delle proprie forze con la forza infinita che ha da vincere, contrasto che è forse una delle ragioni più profonde della sua passione”.  

Bene, direi che è estremamente condivisibile, ma quindi proprio in natura di questa coscienza d’inferiorità verso le montagne, il solo tentativo nell’affrontare questa lotta è, a suo avviso, solo mosso da un’immane incoscienza e alterigia o c’è altro, di più profondo e al contempo di celata evidenza?   

G.REY: “Quando l’uomo fiuta il rischio, diventa uomo per davvero con quanto esso ha di più primitivamente bello e valente; coraggiosi come un piccolo animale che difende la sua vita da un mostro cento volte più grande e più forte di lui; impassibile come doveva essere il primo uomo che traeva la vita fra le difficoltà della natura, alla guisa delle fiere, che soffriva e godeva, ma forse non piangeva né rideva ancora. In questa lotta stretta col monte il malato si rassegna e si accascia; il sano si compiace dell’aspra voluttà della contesa, e, quando giunge a liberarsi delle strette del mostro, respira come non ha mai respirato in vita sua”.

Meraviglioso paragone, ovviamente gli uomini primitivi non disponevano di strumenti specifici per attività di questo tipo. Com’è il suo rapporto con l’accessorio alpinistico?

G.REY: “E’ della piccozza come di certi amici: desiderate averli al fianco nel momento del bisogno; passato questo, alla prima noia che vi danno, vi riescono importuni, e, nel corto egoismo umano, non pensate che fra breve potranno giovare ancora”.

Garbato e fine umorismo, immagino che l’ironia sia una componente fondamentale nella resistenza psicologica. Nei tempi moderni le vie o meglio i “problemi irrisolti” non sono più così tanti come ai sui tempi, quindi numerose sono le cosi dette “ripetizioni”. Il valore di una ripetizione è a parer suo altrettanto soddisfacente rispetto all’apertura di una via?

G.REY: “La vera virtù è del primo che la compie; ma esso stesso, nel compierla, la rende accessibile ad altri epperò meno alta. Alle ansie, allo slancio audace dell’artista che crea, si sostituisce la calma e la sicurezza servile di chi copia. E se avviene che taluno rinnovi l’opera, ancorché portandola a più perfetto compimento non avrà né il merito né le gioie che toccarono al primo”.

Quindi se comprendo appieno il senso, la montagna è sopra tutto per gli audaci che cercano una certa unicità nell’approccio alla roccia e al ghiaccio. Ma l’ambiente montano è limitante alle esclusività alpinistiche o è affabile ad altre tipologie umane?

G.REY: “Ma la montagna è così benefica e grande che tutti accoglie quelli che si volgono a lei, e a tutti giova: agli scienziati che ne fanno oggetto di studio; ai pittori ed ai poeti che vi ricercano un’ispirazione; ai robusti che anelano ad intense fatiche, come agli stanchi che fuggono l’afa e le noie della città per ristorarsi a questa sorgente purissima di salute fisica e morale”.

In buona sostanza la frequentazione della montagna e in special modo la pratica alpinistica sono propedeutici ad un percorso più intimo e completo della persona, è corretto?  

G.REY: “L’alpinismo è cosa umana, naturale, come è naturale il camminare, il guardare, il pensare; umana come tutte le passioni, con le sue debolezze, i suoi slanci, le sue gioie e i suoi disinganni, e, come altre passioni, esalta e matura l’animo umano”.

Qual è, a suo parere, il valore più grande nel passare del tempo in un ambiente montano?  

G.REY: “Vi sono dei giorni in cui viene di destarsi di buon umore, in cui ci si sente più sani e più valenti, non si dubita di noi stessi, le cose più difficili ci sembrano facili, e quasi si desidera di incontrare le difficoltà pel piacere di superarle. Sono giorni eccezionali, ma certamente più frequenti in montagna che in città”.

Penso che in quello che dice molti di noi potrebbero confermare immedesimandosi in quel senso di armonia che si prova quando si percepisce l’esistenza di un equilibrio, sia nelle cose della natura – di cui siamo parte- ma anche nell’intangibile intimità della nostra mente. A tal proposito, un semplice visitatore cittadino cosa dovrebbe pensare nel vedere un alpinista avviarsi verso le proprie ardite sfide?

G.REY: “Per quanto in questa lotta l’animo nostro parteggi, non possiamo che ammirare quell’uomo appassionato del suo monte, come di un ideale altissimo. E’ una lotta che ricorda le giostre antiche ove per un fiore si esponeva la vita”.

Secondo Lei, nel rapporto tra l’alpinista e la montagna, è nell’uomo che permane un animo giovane come che vuole scoprire nuove prospettive, oppure è la montagna in sé che emana una energia occulta che magnetizza l’attenzione, alimentando questa profonda passione?

G.REY: “Bisogna pure che nei monti sia un fascino segreto perché essi ci attraggano a cercarvi difficoltà e fatiche sempre maggiori, e perché tanto più li amiamo quanto più ci hanno costato. Ma questi segreti l’anima giovinetta non analizza; essa va impetuosamente a ciò che l’attrae, senza domandare il perché”.

Lei è credente, ma pensa che in termini di fede, un arduo cammino e l’estasi della vetta si manifestino in ogni uomo?

G.REY: “Quassù anche lo spavaldo tace, e lo scettico non ride se vede una guida deporre l’obolo nella bussola dell’elemosine, e scoprirsi il capo nel passare davanti alla statuetta della Madonna”.

Attraverso la Sua mirabile esperienza e cultura, come potrebbe descrivere ad un neofita l’esperienza catartica del raggiungimento della vetta?  

G.REY: “Il pane che divoravo lassù aveva un sapore che non avevo mai gustato. E scopersi la gioia nuovissima, inesplicabile, di giungere sul punto culminante, ove è la vetta, ove il monte ha cessato di salire e l’animo cessa di desiderare: è una forma quasi perfetta di soddisfazione dell’istinto, quale forse la prova il filosofo che ha conquistato alfine una verità nella quale la mente sua si appaga e riposa”.

Quindi la montagna non viene idealizzata come una divinità, ma piuttosto come un nemico da affrontare o, meglio ancora, un amico con cui crescere a conoscersi nel viaggio della vita?

G.REY: “Il monte vive, come gli uomini, dalla sua vita che lentamente lo consuma, e di questa vita dà tratto tratto pericolosi segni”.

Come vedevate, ai vostri tempi, le imprese o i tentativi degli alpinisti di metà dell’ottocento e cosa consiglierebbe agli alpinisti moderni che, magari non conoscendo la storia di un monte o di un alpinista, reputano – ma solo con l’utilizzo di attrezzature moderne – una via classica non difficile, se non addirittura semplice?  

G.REY: “E’ nostro dovere conservare il culto poetico del passato dell’alpinismo. Crawford Grove, il secondo alpinista che salì al Cervino, ha lasciato scritto: << Possa la giovane generazione, che esulta in facili vittorie sul monte altre volte temuto, non guardare con disdegno al progresso dei pionieri delle alpi >>”.

Posso chiederLe di dare un prezioso suggerimento, in base al suo vissuto, verso tutte quelle persone che usualmente approcciano o hanno intenzione di frequentare in un futuro l’ambiente montano?

G.REY: “Provai gioie troppo grandi per poterle descrivere, e dolori tali che non ho ardito di parlarne. Con questi sensi nell’animo io dico: Salite ai monti, ma ricordate che coraggio e vigore nulla contano senza la prudenza; ricordate che la negligenza di un solo istante può distruggere la felicità di tutta una vita. Non fate nulla con la fretta; guardate bene ad ogni passo, e fin dal principio pensate quale può essere il fine”.

Un’ultima domanda prima di accomiatarci e ringraziarla per la Sua preziosa testimonianza. Come descriverebbe, a chi non è avvezzo alle cime, i benefici che apporta l’esperienza montana e se è vero che alcuni sentimenti vengono addirittura amplificati e percepiti nella loro pienezza?  

G.REY: “Vorrei che gli increduli provassero il benefico effetto che produce in noi una grande salita. Allora ci sembrano macchine la vanità che ingombra il nostro animo prima di partire; troviamo buoni gli agi di cui prima eravamo sazi; sentiamo di amare di più la nostra casa e la famiglia che in essa ci attende; anche noi, alpinisti, abbiamo i nostri affetti, ai quali pensiamo, nel momento del pericolo, assai più intensamente che non vi pensi altri quando vive della sua vita consueta; e, scendendo dai monti, siamo lieti di recare ai nostri cari la serenità acquisita lassù, di vederli sorriderci perché sanno che la montagna restituisce loro un figlio, un fratello, un amico più sano, più affettuoso e forte”.

L’intervista è ultimata e non posso che ringraziare nuovamente, anche se in maniera virtuale, un alpinista, uno scrittore, un maestro di vita, che con le sue testimonianze è capace ancora oggi, di tenere legati alla stessa cordata l’odierna modernità ad una passato lontano, recuperando i margini sbiaditi del ricordo e donando ai posteri il dono più ampio che l’intelletto umano possa ricevere: l’incoraggiamento verso una reale contemplazione.

Stefano Camòrs Guarda



giovedì 18 gennaio 2018

Il monte della vita 1933 (mountain's echoes)


Nell’elogiare un testo già famoso, si rischia spesso di cadere in facili retoriche o ridondanti smielate prive di valore aggiunto. Come in parete però, capita alle volte che un piccolo rischio calcolato occorre affrontarlo, ed è questo veramente il caso. Il testo in questione è Bàrnabo delle montagne, primo libro del bellunese Dino Buzzati, pubblicato nel 1933. Un libro che lessi a scuola in adolescenza, ma al tempo non mi colpì, almeno non come quando lo rilessi a vent’anni; in quel momento scattò una vera e propria folgorazione. Questo è un libro che ha, a mio avviso, molteplici sfaccettature e la sua lettura può essere considerata come una guida verso un sentiero strano, quello della condizione umana. L’ambientazione è perlopiù montana e le radici, il ricordo, forse a tratti anche la malinconia di luoghi e di età non più raggiungibili, emergono come rivoli cristallini, resi ancora più preziosi perché in fase di prosciugamento. Le difficoltà, non solo nelle condizioni di vita, ma anche nei rapporti umani, dove se un errore viene brutalmente perseguito, ma alla fine perdonato: la viltà no. La descrizione di un mondo dove la paura esiste, è tangibile e si materializza quotidianamente ed è un dovere il tentare di affrontarla; e se non sconfitta almeno respinta. Una battaglia esterna, fisica, drammatica che va combattuta, non ci si può permettere di esimersi dalla lotta. Una guerra che parte internamente all’animo umano, che deve svestire i panni della fanciullezza e accettare ogni genere di conseguenza il contrastare le vicende della vita possa arrecare. La storia raccontata assume le sembianze di un’epopea della civiltà, che tenta di lasciare i luoghi più impervi per raggiungere una maggiore semplicità dell’esistenza; eppure l’istinto, irrazionalmente, sente il richiamo e la mancanza delle proprie radici culturali. Dopo quasi cento anni dalla pubblicazione le parole ancora esplodono di attualità, nel raccontare la nostalgia, il bruciante rimpianto, dell’abbandono forzato della terra natia verso luoghi ove trovare un destino, non migliore o peggiore, diverso. La crudele consapevolezza di non essere stati all’altezza della situazione, di aver deluso qualcuno che si fidava di noi, e di averlo fatto per mancanza di coraggio. Lo sconforto, l’emarginazione e l’abbandono. La vergogna della debolezza di essere solo un uomo, della propria fragilità. Poi però appare in un cielo nero una stella, la scintilla della speranza, nell’attesa meditabonda di una seconda occasione e un nuovo ulteriore timore, parallelo: quello di non essere in grado di affrontare neanche una futura sfida. La corrosiva malinconia per i propri luoghi osservati in lontananza, ma ancora vivi e scalpitanti nel proprio cuore. Questa è la crescita, la catarsi dell’uomo verso l’ignoto futuro. Toccante è la caduta dell’orgoglio, le parole di un vecchio amico che nonostante tutto ricorda anche il buono che c’è stato. La presa d’atto che esiste un tempo per il ritorno. Quasi senza accorgersene, il bagaglio di virtù e di errori si è mescolato, fuso insieme, ed è diventato esperienza, forse addirittura saggezza. Solo allora lo sguardo non teme più il confronto e non si abbassa verso il terreno. Osserva dritto in faccia, allunga il suo orizzonte verso una luce che diventa costantemente sempre più tenue. La seconda occasione, quella del riscatto, della pacificazione con il proprio passato, arriva e viene affrontata senza indugi, ma al contempo due attori si affacciano nuovi al palcoscenico della vita: l’umiltà e la compassione. Ecco che la conoscenza, come la luce del tramonto cambia il panorama, emergono sfumature, sembra variare la prospettiva e le logiche. L’accettazione del proprio vissuto ad una più ragionevole sentenza.
Infine la decisione di vivere nella solitudine, nell’abbraccio dei ricordi e della materna terra d’origine. Il valore della maturità personale, del silenzio, della gratitudine verso ciò che è, che è stato, buono o doloroso, bello o brutto. Un ultimo pensiero prima della fine definitiva, il riappacificarsi con sé stessi, perdonare e perdonarsi, è l’unico modo per abbracciare il mondo nella sua gelida equità.  
E’ indubbiamente un racconto che non può lasciare indifferenti, se si trova una personale chiave di lettura diventa una sfumatura di sé stessi. Il brano è teso e immediato, brillante nella narrazione e nel generare immedesimazione. Sicuramente un libro fondamentale per le persone di una fascia verso la maggiore età, perché comprendano l’importanza di conoscere chi sono, qual è la propria terra e il proprio passato, e con quella consapevolezza affrontare il viaggio verso quella terra oscura chiamata futuro. Un testo che andrebbe riletto in età più adulta, per ricordare la responsabilità che si ha nel doversi impegnare per la propria crescita personale, ma che essa è strettamente legata a quei sentimenti di umiltà, rispetto e armonia verso tutti gli altri elementi del nostro microcosmo. Un racconto che accompagna il percorso del sole fino dietro il profilo dei monti e lascia il ricordo vivo dei suoi raggi, nel fresco incedere della sera.


Stefano Camòrs Guarda             

martedì 16 gennaio 2018

Monte Cervino 1903 (mountain's echoes)


Leggere un libro è sempre un’esperienza, ma imbattersi in un libro scritto molto tempo prima della propria nascita può risultare davvero un’avventura impareggiabile e un vero e proprio viaggio nel tempo. E’ stato così avvicinandomi al libro “Il Monte Cervino” di Guido Rey, finito di scrivere nel 1903 (data riportata al termine dell’ultimo brano), anche se la data di pubblicazione del libro in questione in mio possesso è relativa alla seconda edizione del 1926. Colpisce da subito la mole del tomo e la fattura, sinonimo di un periodo storico in cui i libri erano ancora il fulcro culturale di una generazione. La parola scritta e la cultura erano ancora viste come un valore assoluto dal quale era impensabile rinunciare, anche se ancora prescindeva dal ceto sociale e dalla disponibilità economica. Il libro era visto anche come patrimonio di famiglia e questo aggiungeva valore economico al prestigio culturale, era qualcosa che veniva inserito nel blasone famigliare, nella dote della propria casata, che andava a comporre lo spessore del proprio cognome. Insomma come ogni oggetto importante doveva essere fatto alla regola dell’arte e curato in ogni minimo dettaglio. Era un così detto status symbol portatile; oggi lo è il telefono cellulare, e questo dovrebbe già farci riflettere sulla direzione che ha preso la nostra cultura.

Ma torniamo al libro in questione, un libro che pesa più di un chilo e ha dimensioni che sono più da leggio che non da tenere tra le mani. La sotto copertina rigida in tessuto verde con la sola scritta di colore oro, simbolo anche in questo caso di un ceto sociale che doveva dimostrare la capacità di mantenere la sua lucidità, fierezza e serietà in ogni occasione. La copertina non colpisce l’attenzione e anche in questo frangente c’è la dimostrazione di come questo testo non fosse destinato, o quanto meno nelle intenzioni dell’editore, non ci fosse comunque una volontà di acquisire, catturare l’attenzione del lettore comune (che probabilmente ancora non esisteva, così come lo concepiamo oggi). Il prezzo, due lire, e la fattura già erano l’indizio che quell’oggetto era prima di tutto un livello che poteva essere accessibile a partire da una certa borghesia in su.

Un altro suggerimento che fa risaltare la volontà di un prodotto destinato a durare nel tempo è lo spessore della carta utilizzata nella stampa. La finezza delle tavole, separate dalle pagine del libro e poi incollate (a mano) all’interno di appositi riquadri, sinonimo sempre più di un valore aggiunto volutamente concepito.
Non stupisce la prefazione di Edmondo de Amicis, in quanto è abbastanza nota l’amicizia che intercorreva tra i due e la frequentazione montana che ebbero. L’affetto poi che s’instaurò tra Guido Rey e il figlio di Edmondo, Ugo de Amicis, divenuti poi compagni di cordata in molte ascensioni.
Il contenuto, ovviamente con le dovute limitazioni tecnologiche di quel tempo, è davvero interessante in quanto permette di capire la curiosità, i timori, le superstizioni, ma soprattutto la forgia con cui quelle persone erano state formate e pronte ad affrontare insidie di una difficoltà che si moltiplicava all’ennesima potenza rispetto a ciò che potrebbe essere affrontandola con le conoscenze ed attrezzature di oggi. Pionieri veri, che affrontavano la morte e la montagna non considerandola in un alone di mito, ma rendendo l’idea di quale fosse un reale concetto di rispetto in quella generazione. La natura e le montagne, il Cervino nello specifico, venivano viste come un dono divino concesso all’uomo inizialmente per colmare lo sguardo delle genti di città. Uno strumento catalizzatore di letterati, studiosi e poeti, motivante e ispiratore. Un ideale di purezza e felicità che poi venne disatteso da quelli che delle montagne cominciarono a risalirne i pendii e si trovarono faccia a faccia con la vera severità dell’ambiente e la flebile rassegnazione delle genti indigene. Eppure nonostante l’indigenza e l’immane fatica nel reperire ogni genere di prima necessità, i nativi di queste terre alte serbano nel cuore la propria terra: “E fra le cose oneste che i montanari hanno insegnato agli uomini di città havvi questo profondo amore al luogo natìo; per essi il loro paesello è il centro del mondo. Non certo noi, cittadini, sognamo le nostre comode case o i fastosi edifizi e il frastuono delle vie con l’infinito desiderio con cui il montanaro lontano dalla patria sogna il suo tugurio, il piccolo campanile bianco, la pace della sua valle e le sue canzoni”.
Quello che maggiormente coglie impreparato è leggere l’Italiano utilizzato. Quasi un’altra lingua in alcuni aspetti. Un lessico sempre garbato, dando del Lei al lettore. Una distanza tra il narratore e il fruitore che è indicativa dell’estremo rispetto e di quella forte “etichetta” che era usuale in un epoca forse più arretrata della nostra attuale ma, a mio avviso, meno caotica e lasciva. Anni in cui pareva sgarbata l’autocelebrazione eccessiva, perché simbolo di una scarsa nobiltà d’animo; ecco perché anche davanti a imprese assai ardue, difficilmente si attribuisce il raggiungimento dell’impresa alle proprie capacità, ma più diffusamente al supporto di un fantomatico “destino” o ad una più motivante presenza su di sé dello sguardo di Dio. Quello che è certo nelle loro menti è la viva convinzione che ogni meraviglia del creato sia state generata direttamente dalle mani di Dio; e in questo senso la svettante figura del Cervino suggerisce all’autore i segni di spirituali architetture artistiche e ove le mani dello scultore si sovrappongono e diventano i fenomeni atmosferici: “In principio il monte era rinchiuso entro un’immensa giogaia, un’opera d’arte nel blocco rude di marmo. L’Artefice dovette lavorare centinaia d’anni a rilevarne le mirabili forme. Non erano esseri attorno che plaudissero; il Creatore solitario e abile, continuava a scolpire l’opera sua col lavoro tenace dell’amore e s’affretta, pur che essa sorga bella e grande. Col gelo e colle nevi, coi venti  e col sole affinava il monumento; incideva le scannellature su le pareti, frastagliava il coronamento in merlature gigantesche, la cuspide che s’innalzava fino al cielo…..”.   
Alcune frasi che si incontrano su questi sentieri di parole strappano un sorriso, a causa dell’utilizzo di alcune espressioni o forme verbali che oggi non si usano più. Uso del linguaggio del tempo, anche se decisamente di una classe generalmente più forbita della media e oggi radicalmente desueto, ma che mantiene in che le ascolta o le legge, una musicalità degna di un brano di poesia.
Questo è solo un preambolo a ciò che nella realtà il libro svela, ovvero le gesta e i tentativi della salita al monte da ogni sua parte per arrivarne in cima per primi. Significative e impareggiabili le descrizioni di alpeggi e montanari, delle condizioni di vita e di lavoro delle genti di montagna a quel tempo viste con gli occhi della cittadina borghesia benestante. Impagabile resoconto delle motivazioni che spingevano uomini a rischiare la propria vita per raggiungere la cima, fossero queste di natura scientifica, spirituale o politica, nel tentativo di aumentare il prestigio di un blasone nobiliare facendo sventolare una bandiera su questa aguzza terra di conquista.  
Il salto, l’abisso che separa l’oggi al mondo raccontato in quelle righe, sembra incolmabile e vertiginoso. Eppure molti di noi hanno conosciuto, parlato, abbracciato quelle persone. Centoventi, centotrent’anni sono due/tre generazioni che si accavallano. Ciò che forse non ci aspettavamo era la velocità con cui il progresso avrebbe cancellato e resa obsoleta quella civiltà. Il dubbio è forse il lascito più grande che questo libro ci omaggia. Il sospetto, immedesimandosi nell’esperienza di quegli uomini, che nell’evoluzione della mente si sia infilata l’insidia del distacco dalla realtà, della consapevolezza della nostra condizione e dimensione, della debolezza dell’uomo davanti alla natura e al tempo. Questo se non davanti all’eccesso, al baratro più orrendo o ad inarrivabile maestosità: come le pieghe di roccia, come le righe di un libro che vale la pena più che di leggere, di vivere.  

Stefano Camòrs Guarda


giovedì 11 gennaio 2018

Una voce aliena


Sono entrato nell’orbita di questo pianeta da oltre quarant’anni. All’inizio mi ero accostato perché all’apparenza le somiglianze con il mio erano davvero impressionanti, almeno dal punto di vista fisico. Sono un esploratore spaziale, mandato nel cosmo per scopi di studio preliminare, in vista di futuri contatti. Il progetto a cui lavoro prevede una fase di studio lunga tutta la durata della mia vita, poi i sensori all’interno della capsula rileveranno la cessazione delle mie attività vitali e porteranno l’intero dispositivo verso la disintegrazione totale. A cadenze prestabilite, micro impulsi e nano sonde vengono lanciate dal mio modulo in maniera tale da consentire la trasmissione dei dati al mio mondo, di cui ormai, non ricordo nemmeno quanto lontano sia. Ho imparato a coesistere con la solitudine totale e la mia mente ha creato per me un alter ego. Parlo regolarmente con lui e ricevo risposte; ormai davvero mi sembra di essere in due a bordo. Passo il tempo a spiare la vita degli esseri sotto di me, all’interno della mia astronave. Nessuno si sognerebbe mai di venire a cercarmi, il mio modulo dall’esterno appare come una specie di asteroide, materia spaziale ad una distanza tale da non intaccare l’orbita di tutti quegli aggeggi che ruotano intoro a questo pianeta. Sulla sua superficie coesistono specie diverse, alcune paiono leggermente più evolute, poi però, ad uno studio più approfondito, emergono un certo numero di debolezze sistemiche, intrinseche all’indole di questi esseri che li rendono estremamente prevedibili e vulnerabili. Questo sicuramente è un punto a nostro vantaggio in una futura colonizzazione. Considerando la totalità degli esseri, quelli più semplici, talvolta unicellulari, saranno i più difficili da eliminare. Hanno una formidabile capacità di adattamento e resistenza ad ogni modificazione ambientale. Quelli potenzialmente più evoluti, invece, sono in realtà i più deboli e fragili, sia in termini intellettivi che in quelli fisici. Li ho osservati a lungo e sebbene in alcune circostanze ispirino una certa simpatia, nella maggior parte dei casi un’aggressività irrazionale e un’indole autodistruttiva li porta a generare repulsione in chi li osserva. Logiche brillanti hanno portato loro ad avere tecnologie superiori alla media delle altre specie, ma c’è una cosa che non sfugge ad un osservatore esterno: nelle fasi evolutive la mancanza di equilibrio, di equità, di valutazione è andata progressivamente atrofizzandosi, tanto che le risorse del pianeta vengono esaurite nella costruzione di cose che non hanno alcun fine di miglioramento o di sopravvivenza. Ogni spinta esistenziale non è baricentrata in un fulcro comune bensì, queste forme di vita, vengono attirate e respinte da svariati nuclei di forze spesso in contrasto nei loro scopi. Registro pericolosi accumuli di energia non governata, ma sempre e solo reindirizzata. Non esistono meccanismi di resistenza capaci di dissipare questo eccesso magnetico. Il sovraffollamento della specie dominante sta diventando il vero innesco di autodistruzione. Tra breve tempo potremmo assistere ad una fase di autopulizia, se non addirittura all’estinzione. La componente più complessa, quella mentale, non è ancora arrivata ad un punto di equilibrio tale da comprendere le necessità indispensabili della specie e preservarle da ogni altro spreco. In realtà, si è sviluppata una reazione esattamente opposta e irragionevole nella massa, dove addirittura i bisogni primari vengono sacrificati per effimeri brevi momenti di soddisfazione fasulla. Inizialmente avevamo pensato ad un approccio pacifico e interattivo verso di loro, ma al nostro consiglio ho indicato di non procedere in tal senso. Da questo punto di vista sono pericolosi. Non saprebbero come gestire l’afflusso di tutte le nostre conoscenze decisamente superiori. Da qualche anno ormai percepisco sempre più chiaramente i segni di una involuzione culturale a favore del risveglio d’istinti primordiali che a poco serviranno se non da accelerante nel processo di annientamento. Forse sarebbe il caso che definitivamente dichiarassi questo pianeta non colonizzabile e tornassi a casa. Ma da chi? Anche il mio pianeta potrebbe essere cambiato. Io invio solo notizie, ma non ne ricevo alcuna. E se non esistesse neppure più? Invierò un ultimo messaggio dicendo che sto per sbarcare sul pianeta per disperdermi tra loro. Se entro un determinato periodo non riceverò alcun messaggio dalla mia gente, allora scenderò e mi mescolerò a quella specie, attendendo con loro la fine. Mi sento stanco e abbattuto, forse osservandoli per tutto questo tempo ho imparato da loro negatività non presenti da noi. Se tornassi indietro potrei infettare il mio mondo con questi pensieri virali. Non ho scelta, devo scendere e assumere la loro forma in una qualche maniera. Addio pianeta |((^|\\- non ci vedremo più, sto scendendo sul pianeta terra, sotto forma di loro cucciolo, un cucciolo d’uomo. Chissà se mai riuscirò ad adattarmi alla loro follia. Userò le iniziali del mio nome per formarne uno da loro accettabile. Chissà se ascolteranno il timbro della mia voce, ho perfino imparato a usare quel pezzo di legno con le corde che emettono suoni. Passo e chiudo, addio da Esploratore Livrenius Vinziesus Ixwing Sqxuol.       


Stefano Camòrs Guarda