venerdì 9 dicembre 2016

La morte dell’ora blu


Un ripetersi d’istanti, costante come i giri del pianeta. Un tempo sospeso nella luce tenue e delicata dell’oblio. Sfumature innaturali donano alla volta riflessi madreperla, e l’occhio annega nel paesaggio senza voglia di reagire. Un sospiro d’abbandono e cedo all’infinito che diviene visibile, una terra di confine dove solo la sensibilità non è più apolide. Una voce interiore biascica una frase, della misera ragione estranea. S'inerpica come edera soffocante nella mente e agonizza l'animo negli ultimi spasmi di rigetto, paura d'ignoto.
Avverso corpo estraneo è questo palcoscenico, che insiste saldamente e mi strema verso una ricerca di liberazione da ciò che non è pensiero, da ciò che è umano. Non ho mani per scagliare con violenza rabbiosa la mia lancia d'ignoranza.
M'arrendo e abbandono, ma non t'assorbo, diffido, ti ricopro, rivesto, faccio mio in vestigia nuove. Senza pietà sei già nel mio animo annichilito e impasti di nuove forme le crete dei sentimenti.  Compensi le mie imperfezioni, le colmi e plasmi in sferica armonia. Un nuovo pensiero, screziato nei tuoi colori privi di confine: attingono vita e risplendono alla luce di nuova conoscenza che si perde sulle pareti del mio cuore e nell’oscurità dell’universo. Risalta dei tuoi toni il valore della vita e un vento freddo da Nord-Ovest porta un canto commosso: Sei preziosa esistenza, sei rara e unica, inaspettata e meravigliosa, rivestita del colore del cielo, in madreperla.
D’improvviso addirittura s'è placato il vento di Nord-Ovest che sibila, lacera, irrita l'umore.
Il buio è in cerca di pensieri che evaporano nell'insieme dei respiri, nel rintocco di sospiri. L'oscurità fagocita fantasmi di fiato e mi scopro di nuovo ad alzare il pesante tabarro di solitudine.
Appaio alle stelle come inutile sentinella, qui fuori di veglia e invidio le luci della valle; ad una ad una si spengono, affondano nella notte le assi seccate dal gelo, le piode, gli scuri sbarrati.
Dove siete ostili folate? Perché non tornate a tormentare il mio volto scatenando, per mio sollievo, l'adrenalina del fastidio? Non c'è portanza che regga ali nel tedio di un'inutile attesa, nemmeno il campanile della Chiesa Vecchia mostra voglia di sprecar voce, e s’adagia al ricordo immoto che la circonda.
Non ha senso abusare del tepore del focolare, il mio posto è qui, al domestico confino. Abbarbicato alle fronde del tiglio grande in attesa di echi celesti.  Quale battaglia ho combattuto? Esule e reduce insepolto del mio tempo, d'una guerra cui nessuno, ha coraggio dir ch'esista.  Virulenta inquietudine della mente che invidia la quiete ai sepolcri da folate lambiti; che l'anfratto sanguinante nel mio petto sia pertugio per quel vento? 
Allor m'illudo, sai, per un istante d'esser diverso da uomo, solo perché m'isolo coatto nell'antro delle mie paure, verso quelle quote severe, pulite. La notte della città è prostituta da maritare, in laidi andirivieni di false promesse. Non qui. La luna è sincera, il vento non s'ammansueta all'esibita arroganza. Sfibra le mie nervature e rinfaccia le mie intime vanità: sei uomo! Esisti per un istante e, avaro mentecatto, blasoni diritti non tuoi.
S’annida sul ramo lo sconforto della ragione che alimenta un filo di voce, un sussurro tagliente, immancabile lama d'ogni istante: guida, giudice, carnefice. Ignoro del vago argomentare quasi tutto tranne le parole sottili, garbate, esili persino, eppure ingabbiano comunque ogni mio istinto.
S'amalgama al sogno il desiderio dell'alba della realtà, sorretta e salda procederà forse la mia figura, avvolta in quel filo di voce.
In fondo era solo luce. Di che avrò mai sittanto cordoglio? In un attimo è accaduto, il sole è annegato nell'orizzonte aguzzo e luminoso; e non era più giorno, non ancora notte: solo luce.
Il cuore delle nubi pareva scuro, s'incendiarono effimeri i bordi e inebriato fiorì lo spirito: non astratto, non tangibile. Mi assentai, immersi nel puro pensiero e quiete fu, confine tra il sogno e la veglia. Persi la carne e mi unii al cielo, per un rapido istante dal valore di un'esistenza.
Ecco di cosa bramo il prolungarsi dell’esperienza. Per un attimo ancora vestire un drappo dell’abito di Dio: non più uomo, solo luce.  


Stefano Camòrs Guarda

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